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La storia del Passo

Ci troviamo a Cison di Valmarino, in località Passo San Boldo, terra di confine fra la provincia di Treviso e  quella di Belluno, luogo di passaggio di uomini e merci nei secoli.

La strada è quella che fino ai primi del Novecento fu il canàl de san Bòit, aspro sentiero che collegava le Prealpi trevigiane alla Valbelluna; venne trasformato in via carrozzabile dagli austriaci fra il 1 febbraio e il 1 giugno del 1918. È il Passo San Boldo o Strada dei Cento giorni. Cento giorni di lavoro, le schiene spezzate dei prigionieri russi e delle donne di Tovena per costruire questo miracolo di ingegneria con le gallerie scavate nella roccia coi rudimentali mezzi dell’epoca.

In cima, sulla sommità del Passo San Boldo, la Muda, dove i viandanti trovavano alloggio e ristoro e dove si pagava il dazio per le merci trasportate.

Oggi il Passo San Boldo si affaccia sull’operosa area di produzione del Prosecco DOCG con alle spalle la più “rurale” Belluno, ricca di prodotti agroalimentari e di biodiversità. A confine tra due mondi, il Passo San Boldo è attraversato per motivi di lavoro o turismo in quanto collegamento fra le due province e passaggio di interesse storico, sportivo e naturalistico.

Fin dai tempi antichi il Passo San Boldo ha rappresentato un’importante via di comunicazione tra la Val Belluna e la Marca Trevigiana. Già nel Medioevo esso era considerato strategico: qui infatti aveva sede una delle Mude (dogane) del distretto di Belluno, dove avveniva il pagamento dei dazi sulle merci di passaggio (vino, biade, frutta, sale) e, in quanto zona di confine, era postazione di custodia e sorveglianza.

Il Passo non è mai stato in realtà un percorso agevole e, nonostante l’ultimo tratto (quello attualmente occupato dalle gallerie) fosse prima una mulattiera pericolosa e difficile da risalire sia a piedi che con animali da soma, questa via ha sempre ricoperto un’importanza di primo ordine per il transito di persone, merci e anche dal punto di vista militare.

Gli statuti di Belluno del 1392, che contenevano alcune delle disposizioni riguardanti il pagamento dei dazi alla Muda di San Boldo, stabilivano le modalità, le tariffe e le sanzioni nel caso di trasgressione. Quando nel 1420 la Serenissima Repubblica di Venezia estese il suo dominio nel bellunese, il San Boldo divenne inutile dal punto di vista militare, ma mantenne la sua importanza logistica, soprattutto come sede di Muda. Fu fatta distruggere la torre di San Boldo, esistente già nel 1372, e utilizzata dalle Signorie (Carrara e Visconti) che avevano la giurisdizione di Belluno a custodia e difesa dei loro territori.

Nel 1428 la Comunità di Belluno acquistò a San Boldo una casa e concesse ai migliori offerenti l’appalto della Muda. Intorno alla metà del ‘400 i valmarenesi e i bellunesi pensarono di migliorare l’angusta mulattiera che collegava i loro territori, ma queste istanze furono respinte da Venezia per non danneggiare i passaggi ed i dazi di Conegliano, Serravalle e Capo di Ponte (Ponte nelle Alpi); durante le trattative le due parti si riunivano all’osteria di San Boldo.

Per la strada carreggiabile che ancora oggi percorriamo si dovrà aspettare il secolo scorso, durante la prima guerra mondiale, quando i soldati austro-ungarici si accorsero subito dell’importanza strategica del passo e terminarono la strada rapidamente utilizzando prigionieri russi, italiani e la popolazione locale. La strada, poi detta “dei 100 giorni” (il tempo necessario a realizzarla da febbraio a giugno 1918)costituisce, con le sue cinque gallerie in curva, una monumentale e ardita opera di ingegneria civile.

Venuta meno la funzione di dogana, l’antica Muda continuò  ad ospitare l’Osteria, e dal 1830 anche la latteria estiva. Nel corso del Novecento divenne l’amata “Trattoria da Teresa”, tappa obbligata fin dagli anni ’50 per i villeggianti, oggi diremmo turisti, attratti dalla suggestione del Passo e dalla piacevole abitudine delle gite in montagna. Sul finire del XX secolo, a venir meno fu “la tendenza”, e la vecchia, acciaccata osteria, rischiava di soccombere, e con essa sarebbe scomparsa per sempre ogni testimonianza tangibile di una storia secolare. Ma curiosamente, Muda, dal provenzale mudar (mutare), indica anche il cambio stagionale del piumaggio nei volatili, un processo di rinnovamento per continuare ad interagire con l’ambiente circostante.